S.G. Racconta del panico - Dottoressa Cinzia Gorla

S.G. Racconta del panico

Per 5 Martedì consecutivi verranno inseriti nel sito 5 brani scritti da una giovane donna, che chiamerò S.G. iniziali del suo nome e cognome come da lei richiestomi. S.G. ha iniziato il suo percorso con il Panico circa 6 mesi fa; la sua passione è sempre stata quella di scrivere ma il Panico poi si è insinuato nella sua vita e si è portato via anche i ricordi delle passioni.

Il Dio Pan ha lasciato S.G. attonita, imbrigliata in una prigione dalla quale era per lei impossibile uscire. Ora S.G. è cambiata, ha percorso la Sua strada, insieme al Suo Panico si è trasformata ed ha imparato ad amarsi, ad accettare le Sue sensazioni che le hanno permesso di recuperare e portare alla luce le sue passioni. S.G. è felice ed entusiasta della vita ed è con la gioia nel cuore che insieme a lei ho deciso di condividere l’esperienza.

BRANO 1 – S.G. RACCONTA DEL PANICO

Ed ecco, il panico. Una sensazione così forte che le parole a fatica possono descrivere; non la riescono a contenere. Ma provano comunque a raccontare, perché solo raccontando diventa presente; perché è qua, e qui rimane. Adesso nemico. E tu sei pietra.

Ed ecco, il panico. Si avvicina insieme a un corteo di ombre che ti avvolgono piano, poco a poco più forte. Nel buio lo riconosci ma il tempo per guardarlo non esiste perché dimora già nel tuo corpo. Nel tuo corpo che trema e che si sente privato del suo essere. Del suo essere vivo.

Ed ecco, il panico. Esplode nello stomaco come un’onda che si spezza sugli scogli per tornare a essere mare; un mare che scioglie le gambe e riempie di sale i tuoi occhi, e il cuore. Nelle orecchie credi di sentire lo sciabordio delle onde ma è solo l’acqua che pulsa nelle tue vene. E il tuo sangue scorre sempre più forte. E pensi di poter affogare in quel mare. Lotti per stare a galla ma il tuo corpo è troppo pesante. E lui ti trascina, sempre più nel profondo. Lotti ma ogni muscolo rimane immobile. Gli occhi si chiudono.

Ed ecco, il panico. Un sogghigno. Un volto bianco. Una smorfia. Nient’altro. Senti le sue mani, le sua dita esili ti avvolgono. Il suo tocco è gelido, così come sono le profondità del mare in cui ti sta trascinando. Resisti, ma la tua resistenza alimenta la sua forza. E hai paura. Nel cuore, nella testa, si leva un grido. Ti disperi e chiedi aiuto. Stai affogando, e nessuno può vederti. Nessuno può sentirti. Dalla bocca non un suono, nemmeno un gemito. Per un attimo il cuore sembra fermarsi. E forse si ferma davvero. Per un attimo soltanto. Apri gli occhi.

Ed ecco, il panico. Lo vedi dentro di te. Ti volta le spalle. Così come è arrivato, se ne va. Scuote la testa e osservi la sua esile figura nera camminare ricurva, lontano da te. Non lo vedi ma lo puoi sentir sogghignare. Ti ha abbandonato a riva, spossato. Il corpo continua a tremare. Vorresti chiamarlo, ma a stento respiri.

E così, tu rimani pietra. Lui, onda che si spezza.

Il panico, la Sua gabbia, il Panico ed il modo in cui le persone si sentono imprigionate in uno schema che cerca di contenere la crisi.

BRANO 2 – S.G. CONTINUA LA DESCRIZIONE DEL PANICO

Sei lì. Sei vivo. O meglio, cerchi di vivere. Normalmente, come tutti gli altri.

Ti alzi la mattina e sai che da un momento all’altro può arrivare quel momento. Il momento.

Inizia tutto da quando apri gli occhi, da quando rivedi il mondo. Il tuo mondo. E maledici l’attimo, il primo, in cui tutto ha avuto inizio. Probabilmente non ricordi più nemmeno qual è; probabilmente non ti sei nemmeno mai accorto di quando sia stato.

Ma c’è stato.

Una mattina. Una maledizione.

Eppure apri gli occhi, e ricominci. Di nuovo.

Compi gli stessi gesti. La stessa routine. Eppure questa routine la definisci quotidianità, forse perché così ti ferisce di meno. Ti reputi infatti una persona normale che fa cose normali, tutti i giorni. E non sospetti che è proprio nel grigiore di quei giorni uguali che si nasconde lui, nell’ombra. E aspetta. Ti aspetta.

Ti aspetta mentre stai leggendo un libro, o ascoltando della musica.

Quando stai comprando un vestito o parlando con un amico.

Ti aspetta quando stai cucinando un banale piatto di pasta pensando a quello che devi fare il giorno successivo.

Ti aspetta mentre ti alleni in palestra e ti è accanto mentre cammini per strada.

Ti aspetta mentre fai la coda al supermercato, mentre sei seduto in macchina in mezzo al traffico o sul sedile di un treno, in mezzo a totali sconosciuti.

Ti aspetta giusto l’attimo prima di entrare nella sala dove discuterai la tesi di laurea, nella sala di un colloquio per un nuovo lavoro. Ti apre la porta dell’ufficio e ti osserva mentre discuti con il tuo capo, i tuoi colleghi o semplicemente mentre sei di fronte a un computer.

Ti aspetta mentre dormi, entra nei tuoi sogni. Nei tuoi incubi.

Ti aspetta, ed è proprio questo il punto.

E lo sai che prima o poi arriverai da lui.

Così fai di tutto per allungare il cammino: organizzi, pianifichi, scegli, fai calcoli, rifletti.

Non ti sei ancora reso conto che però sono solo illusioni.

Ti illudi di poterlo sconfiggere.

Ti concentri, ma lui è più forte. E proprio mentre stai organizzando, pianificando, scegliendo, calcolando o riflettendo, lui esplode.

Irrompe nella tua vita sfondando il muro del tuo inconscio.

È come un sasso che viene scagliato contro una parete di vetro.

Prima si crepa, e poi esplode.

Il suono dell’esplosione dei cristalli ti spaventa e ti stordisce.

E ti dimentichi chi sei, dove sei.

Guardi immobile i frammenti di vetro sul pavimento, questa volta sei tu ad aspettare.

Aspetti che qualcuno ti scuota, perché il corpo non ti risponde.

Ma non capisci che sei già stato scosso. È lui che ti ha scosso.

Non capisci che ha scagliato il sasso per te, e te soltanto.

Non capisci che aspetta te, per te.

Non capisci che più allunghi il cammino verso di lui, più ti allontani da te.

L’esercizio dello specchio.

Guardati allo specchio, guardati davvero, dritto negli occhi e cerca dove sei.

Chi ha il panico si è perso nella parte più nascosta del Sé.

L’esercizio consiste nel mettersi davanti allo specchio e davanti a tutto il gruppo (S.G. ha incominciato la sua strada verso il benessere con un percorso di gruppo) e poi affermare:

“Io sono —il proprio nome, per esempio Laura—. Io sono il panico. Io sono”

….e poi si rimane qualche istante a guardarsi dritto negli occhi….

Questo esercizio è molto difficile per chi soffre di panico, le reazioni che scatena sono diverse ma sempre molto forti, prima tra le quali non riuscire a guardare dritto nei propri occhi.

Come terapeuta rimango con lo specchio davanti alla persona, non facendo togliere lo sguardo fino alla completa riuscita dell’esercizio.

Bisogna sentirsi senza identità, spogliarsi di tutte le maschere.

BRANO 3 – S.G. RACCONTA DELL’ESERCIZIO ALLO SPECCHIO

Ci sei tu. C’è uno specchio.

“Io sono S.

Io sono il panico.

Io sono”.

Io sono: un’affermazione, o almeno lo è esteriormente. In verità, infatti, è una domanda.

Una domanda che fa male; ti scava dentro senza che tu te ne accorga.

E la risposta è una: non sei.

Questo è ciò che il panico sta cercando di dirti. Non sei.

Non sono.

Allora respiri. Ricominci. Di nuovo.

Io sono S.

Io sono il panico.

Io sono…chi sono?

Respira. Chiediti chi sei.

È difficile guardarsi ad uno specchio, focalizzare l’attenzione sulla propria persona.

Ti guardi negli occhi, ti guardi dentro.

Solitamente si dice che gli occhi riflettano la propria anima oppure che parlino del proprio spirito.

Ma gli occhi possono anche riflettere una prigione.

L’anima si aggrappa forte alle sbarre, grida per uscire.

La guardi, ma non la vedi.

Senti la sua disperazione, ma non la ascolti.

Dietro a quelle sbarre c’è anche il tuo panico. Immobile. Ti tende la mano, ancora.

L’impulso è quello di scappare, distogliere lo sguardo, fuggire.

Ma nello stesso attimo cambia qualcosa.

Nel profondo del tuo essere senti un fuoco che divampa, il corpo diventa caldo.

Il respiro si fa più affannoso, ma non ti senti soffocare.

Senti il cuore battere nella testa, ma non ti da dolore.

E gli occhi si accendono, bruciano. Fondono le sbarre e liberano l’anima.

Occhi negli occhi con quella figura esile e nera.

Il sogghigno si trasforma in un sorriso compiaciuto. Ancora un po’ beffardo.

Senti il sale scorrere sul viso e ti accorgi che anche tu puoi diventare mare.

Io sono S.

Io sono il panico.

Io sono.

Occhi che si guardano gli uni negli altri, eppure lo fanno nella stessa direzione.

Uscire dalla regola del “Perché?” per accogliere il Panico.

BRANO 4 – ACCETTARE. ACCOGLIERE. ASCOLTARE

La domanda più frequente è sempre “perché?”.

Anche se ha perso quella sfumatura di curiosità tipica di un bambino, quando si chiede il “perché” di ogni cosa, anche di quella più banale.

Quando si cresce, infatti, si ha il desiderio di capire il perché più profondo di tutto.

Ci si impunta, si indaga, si analizza.

Si fanno mille domande e molto spesso, se non sempre, non si trovano mai altrettante risposte.

E capita così anche quando ci si domanda, perché ho il panico?

Perché è arrivato?

Perché proprio a me?

Perché io?

..perché..

Ma questo non è l’atteggiamento giusto.

Non te ne accorgi fino a che non ti poni la domanda.

La domanda che cambia tutto:

Perché non accettarlo come parte di me, del mio essere?

Accettare. Accettarlo. Ma soprattutto accettarsi.

Capire che è questa la chiave di tutto.

Un perché diverso, ma che ti permette di ricominciare.

Che mi ha permesso di ricominciare.

Nessun ostacolo.

Nessuna barriera che separa te stesso dal tuo io.

Perché finalmente capisci che è nel tuo io che lui dimora.

Capisci che devi fare spazio a questa nuova parte di te, che prima sentivi estranea, nemica.

Capisci che devi fare posto a questo tuo nuovo io.

Capisci che devi imparare ad accoglierlo.

Accogliere.

Come puoi accogliere qualcosa che prima ti faceva paura?

Qualcosa che ti rendeva la notte insonne, e il giorno un incubo.

Qualcosa che ti strozzava il respiro e offuscava la mente.

Qualcosa che ti rendeva difficile vivere.

Vivere, sì, ma vivere davvero?

No. Ed ecco l’errore.

Perché se non accetto il mio io, non vivo davvero.

Se non ascolto la sua richiesta d’aiuto, credo di vivere.

Ma non esisto davvero.

Per troppo tempo non ho ascoltato la mia richiesta di aiuto.

Ascoltare.

Se non ascoltiamo noi stessi, non possiamo ricominciare.

All’inizio senti il bisogno di allontanare il panico dalla tua vita.

Quando invece lo ascolti, ti accorgi che non vuoi più lasciarlo andare.

Non puoi lasciarlo andare.

Perché sarebbe come lasciare andare una parte di te.

E invece ogni parte di noi è importante, anche se ci fa paura.

Ma ci fa paura solo perché non la conosciamo; e quindi la allontaniamo.

E allontanandola rischiamo di allontanarci troppo da noi stessi.

Così tanto, forse, da non riconoscere più la strada di casa.

E invece non dobbiamo perderci.

Mai.

Ma questo lo si impara solo con il tempo.

Ci possono volere giorni, mesi, anni.

E forse potrebbe non bastare una vita intera.

Non è facile, non lo è per nulla.

Ma lo dobbiamo a noi stessi.

Sempre.

Questo ultimo brano chiude la lista degli scritti di S.G.

Lei sta bene, lei sta davvero bene, il suo percorso prosegue ma nei nostri incontri non si parla più del Panico;

S.G. ora mi racconta dei suoi progetti, dei suoi viaggi di lavoro, del libro che sta scrivendo con tanta facilità, mi parla della gioia che può condividere con le persone che le stanno accanto.

S.G. è diventata una donna e non nascondo che questo ultimo suo brano mi commuove, mi riempie il cuore ed io insieme a lei sono felice, felice di condividere questa meravigliosa sensazione che si chiama libertà.

BRANO 5 – S.G AMA IL PANICO

Certe volte penso che sia un po’ come partire per un viaggio.

Arriva un giorno in cui ti alzi, come ogni mattina.

Apri gli occhi, respiri.

È passata un’altra notte.

Hai fatto un altro incubo, hai fatto sogni che non sai spiegare.

Osservi ciò che ti sta intorno.

La sveglia suona, e ha già suonato forse un paio di volte.

Un raggio di luce si insinua timido tra le tende e ti riporta nel mondo.

Sollevi il corpo. È pesante.

Ti siedi sul bordo del letto, ogni altro movimento è impossibile.

Guardi e fissi il pavimento. Il tuo cuore batte, impercettibile.

Il respiro è debole e lento.

Le mani si intrecciano, si accarezzano.

Affondi il viso in quella carezza.

Un oceano di pensieri ti riempie la testa.

Eppure sei pietra.

Immobile.

Poi, come accade per ogni viaggio, arriva il momento di cominciare.

E tutto inizia.

Prima un piede, poi l’altro.

Inizi a camminare. Lentamente.

Vieni scagliato di nuovo nella vita, in quella vera.

La luce che guardi non è più timida.

Ti abbaglia e probabilmente ti può anche ferire.

Ma non importa.

Perché sei vivo.

L’inizio di un viaggio è davvero solo l’inizio.

Nel tuo profondo sai che c’è ancora molto da imparare.

Ci saranno nuovi orizzonti da raggiungere, nuovi luoghi da esplorare.

Ci saranno nuovi sentimenti, nuove emozioni.

Sai anche che ci saranno nuove cadute e attimi di paura; in quei momenti ti chiederai probabilmente se sei davvero in grado di continuare.

Ci sarà ancora il buio, ma i tuoi occhi hanno imparato anche a leggere dentro l’oscurità, e continueranno a farlo.

Ci saranno attimi di confusione, potrai anche perderti.

Ma ti ascolterai, finalmente, e ritroverai la strada.

Un passo dopo l’altro, e ancora uno.

Ciò che conta è andare avanti a camminare tenendo stretta nel cuore la propria meta.

Guardandola intensamente, desiderando di raggiungerla.

Ti sei svegliato. Hai riconquistato te stesso.

Perché adesso lo sai: sei diventato mare.

Io sono S.

Io sono il panico.

Io sono.

E adesso, sono davvero.