La cecità – Contributo di Chiara Schiroli

Dott.ssa Chiara Schiroli, Psicologa non-vedente

Si può parlare di cecita’ a vari livelli.
Innanzitutto, sfatiamo il mito che definire cieca una persona che non vede sia brutto o offensivo. Nessuno di noi rimane male se gli altri ci chiamano cieco, anche perché riflette la nostra condizione!
E’ più bello dire non vedente, più elegante? No, assolutamente no.
Così come non bisogna stupirsi se un cieco parla utilizzando il verbo vedere.
Cosa significa vedere, significa solo vedere con gli occhi? Prevedere (pre-vedere) vuol dire vedere prima con gli occhi o invece conoscere, capire, intuire qualcosa che accadrà?

E allora il significato del verbo vedere non si potrebbe estendere al significato di conoscere, capire? In inglese, quando si dice “I see” al proprio interlocutore, non significa vedo, ma ho capito, capisco.

E allora, ogni cieco usa il verbo vedere come lo usano i vedenti, solo che la sua conoscenza del mondo passa attraverso altri canali, cioè gli altri 4 sensi. Frasi come “Ci vediamo domani”, “Ho visto un film”, “Fammi vedere la tua borsa?” sono comunissime nel linguaggio dei ciechi e anche in quello dei nostri interlocutori vedenti.

Cecità come malattia: cieco o ipovedente?
Un cieco non vede nulla. Vede nero, buio, opaco? No, non vede assolutamente nulla!
Immaginate di camminare in una strada e di guardare di fronte a voi. Avete un gran torcicollo e in alcun modo potete girarvi per sapere cosa accade dietro. Ora vi chiedo di non girare neanche il corpo e di stare attenti al vostro “dietro”, come potreste fare a vedere dietro senza usare gli occhi?
Sentite i passi di qualcuno, se ascoltate il loro ritmo capite se sta correndo, vi si sta avvicinando, se cammina a zonzo o ha una meta.
Annusate l’aria: è un uomo o una donna? Che profumo ha? E poi vi parla: ecco chi è!
Questo è il non vedere, non avere alcuna percezione visiva ma utilizzare gli altri sensi per decodificare la realtà.
Cosa vedono le vostre ginocchia, qualche colore? No! Gli occhi dei ciechi totali, e non di tutti, vedono il niente, come quello delle vostre ginocchia.
C’è un’altra categoria, quella degli ipovedenti, che vedono poco. L’ipovisione, ibrida tra il vedere bene e il non vedere nulla, è classificabile oggettivamente, ma in questo momento non ci interessa quanti decimi deve vedere una persona per essere definita ipovedente. Vi basti sapere che ognuna di queste persone vede in modo diverso: alcuni vedono i colori, altri luci e ombre, altri ancora hanno una visione centrale, altri ancora periferica. In ogni caso, il mito da sfatare è che l’ipovedente non vede sfuocato, vede poco e basta.
I disturbi della percezione visiva possono essere congeniti o sopraggiungere in seguito. Le cause della cecità si possono suddividere in malattie e traumi. Nel primo gruppo rientrano patologie a carico delle diverse parti del sistema visivo: retina, macula, cristallino, cornea, nervo ottico e così via. Alcune tra le più comuni sono la cataratta che rende opaco il cristallino, il glaucoma, la degenerazione maculare legata all’età e così via. Nel secondo gruppo rientrano traumi provocati da corpi estranei contundenti o causati da forte impatto, sostanze caustiche o raggi del sole non filtrati.
Chi ha visto e diventa cieco in seguito, può vedere uno sfondo nella sua mente che resta sempre uguale e non si trasforma in presenza di luce o buio.

Il cieco nei miti e nella letteratura moderna
Nei miti classici la cecità era associata alla punizione per un errore o all’espiazione di una colpa. A causa di un peccato veniale quale la curiosità, Tiresia fu accecato per aver guardato le nudità di Atena mentre faceva il bagno, ma come risarcimento gli fu donata, da Giove, la facoltà divinatoria.
Si noti come alla condizione di cieco si associ una virtù soprannaturale e misteriosa con una connotazione sacrale e simbolo di doti profetiche e di profonda saggezza.
Nella tragedia di Sofocle, Edipo si condanna da sé trafiggendosi gli occhi per aver compiuto inconsapevolmente un incesto e un parricidio (dopo aver incontrato la Sfinge e ucciso involontariamente suo padre Laio, sposa, sempre nell’ignoranza completa la propria madre Giocasta). L’autore della tragedia, quattro secoli prima che nascesse Cristo, scelse la cecità come l’autopunizione più sensazionale, sicuro di dare un brivido al pubblico. Per lui la cecità era il simbolo di massima sventura e della maggior miseria.
Per la legge dell’analogia, la cecità o la diminuzione della facoltà visiva possono essere intese come perdita, o come interiorizzazione della visione. Per il primo caso, ricorderemo che in molte leggende dei o sovrani che abbiano commesso azioni indegne perdono la vista, o un occhio, e in seguito a ciò perdono anche i poteri divini o il diritto al regno (come Edipo). La perdita della vista è anche la punizione per coloro che, senza avere i requisiti, vogliono affrontare un’iniziazione (come i cavalieri che, cercando il Graal, si perdono, ed i corvi cavano loro gli occhi).
Ma molto più frequenti sono i riferimenti alla cecità come corrispettivo della visione interiore: molti divini o veggenti sono ciechi, come il greco Tiresia. Similmente, Wotan deve dare un occhio per ottenere la sapienza, e con essa il diritto di regnare sugli dei e sul mondo. Non dimentichiamoci che Omero, il primo poeta greco, era cieco secondo la tradizione.
Josè Saramago (1995), nel suo libro“Cecità”, realizza un’ottima apocalisse di quel che potrebbe succedere se tutti, all’improvviso e inspiegabilmente, fossero colti dal “mal bianco”, un latte che si posa sopra gli occhi e impedisce a chiunque di vedere qualsiasi cosa. Privati del bene più prezioso, la vista, gli uomini non sono più in grado di far nulla. Così, piano piano, parallelamente al diffondersi dell’epidemia di cecità, tutta l’energia elettrica sparisce, creando un black out generale: nei frigoriferi il cibo si decompone, l’acqua corrente non esiste più (c’è solo quella piovana). Le persone si riducono a selvaggi in giro per strada, nell’inutile tentativo di trovare cibo; tuttavia, disorientati, non riescono più a ritornare a casa, e quindi dormono, urinano, defecano e muoiono in qualsiasi punto del mondo, diventando prede succulente di cani affamati. Ecco che però, d’improvviso, l’epidemia scompare e tutti riacquistano la vista.

Cecità e pregiudizi
Il cieco non è più saggio, intelligente, sensibile o povero degli altri, è una persona normale, uguale a chiunque altro, abile o disabile. Molti credono che la vita di chi non vede sia brutta, triste, priva di stimoli. Il cieco suscita pietà e compassione perché vive al buio, argomento sul quale si potrebbe scrivere molto. I disabili visivi, invece, sono persone, e come tali sono tristi, felici, depresse o allegre in base alla loro storia e al loro carattere, non a causa della loro disabilità. I ciechi fanno una vita del tutto analoga a quella dei vedenti, spesso fanno le cose con un’altra modalità. Sta a chi non vede considerare il suo oggettivo limite non come un ostacolo, ma come una risorsa, un modo diverso di esistere, una potenzialità per gli altri.
Abbattete i pregiudizi e imparate a vedere in un modo diverso!